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Non solo l’eccezionale qualità della collezione, ma anche il nostro alto livello di attività nei settori della ricerca e delle mostre garantiscono la posizione di rilievo di Basilecontemporary Galleria d’arte nel panorama dell’arte internazionale.

Artisti:
Franco Angeli, Piero Dorazio, Tano Festa, Riccardo Furini Paolo Grassino, Giuliano Grittini, Ugo Nespolo
Mario Schifano, Mimmo Rotella, Concetta De Pasquale
Silvio Pasqualini, Simone Pellegrini, Emanuele Sartori.

Luca Coser

Luca Coser (Trento, 1965) è artista e docente di ruolo di Disegno all’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano. Ha studiato alll’Accademia di Belle Arti di Venezia con Emilio Vedova, e all’Accademia di Belle Arti di Firenze con Gustavo Giulietti, dove si è diplomato nel 1987. Ha tenuto la sua prima esposizione collettiva significativa nel 1985, a cura di Danilo Eccher, e la sua prima esposizione personale nel 1989 negli spazi della galleria Ponte Pietra di Verona, a cura di Luigi Meneghelli. Da allora ha esposto in numerose gallerie pubbliche e private in Italia e all’estero, presentato da autorevoli critici e curatori del mondo artistico.

“La sua ricerca si articola in un costante gioco di stratificazioni, dissolvenze e spostamenti di senso. La sua pittura, partendo sempre da citazioni personali, riflette sul senso di una identità sempre più precaria, sulla fragilità della singolarità dell’esistenza, ma anche sull’inconscio collettivo. Per questo Coser si muove in una rappresentazione di opposti: nella sua pittura convivono verità e finzione, affermazione e negazione, serenità e trepidazione, in un complesso confronto che diventa metafora dell’animo umano. La sua è una pittura al confine tra figurazione ed astrazione, dove le figure, dipinte e poi celate, appaiono come presenze avvolte sempre da un silenzioso stato di sospensione. Così, su tutto, emerge un senso di ignoto, di mistero, ma anche quel senso di inquietudine che sembra avvolgere la società della “post verità”.” (Gianluigi Colin) Attualmente il suo lavoro è rappresentato da UMA Gallery, Milano – Kips Gallery, New York – Crag Gallery, Torino

 

Paolo Grassino

Non racconto le mie storie, ma condivido le realtà inevitabili e irreversibili delle improbabilità. Queste immagini di improbabilità radicalmente sconfinate generano la sorprendente coerenza di tali narrazioni cupe e sconcertanti. (PG)

Tutto appare come una scena vista da lontano, un’allucinazione tangibile, sensuale, immediata o meglio alienata. Queste figure, sebbene mai viste prima, emergono in modo potente, come realtà ben note, familiari e concrete, come improbabilità presenti fisicamente e materialmente possibili. L’immobilità, lo stato di attesa enfatizzato e soprattutto, la strana devozione mostrata dalle figure che vedono il proprio destino con apatia e stoicismo, che accettano il proprio destino senza opporre alcuna resistenza, senza dare voce a nessuna protesta, e senza esprimere alcun dolore o sofferenza è presentata con dignità e complicità. Questa durezza spietata, oggettiva e arcaica crea un’atmosfera di abbandono ed esclusione.

(Paolo Grassino)

Simone Pellegrini

La scelta di ancorarsi fedelmente a un
imperioso prolificare di forme e formule ricorrenti
non è stata e non è mai una conseguenza, bensì
causa dell’operare. (CP)

…a Pellegrini sono estranee tutte le dinamiche che concernono il rapporto con l’inconscio e il suo imporsi conturbante sulla scena. La sua è una prospettiva dove i processi psichici non hanno una loro soggettività e autonomia ma sono inglobati in quelli biologici; quindi l’artista è chiamato ad uno sguardo fenomenico, oggettivo: registra più che scavare. Pellegrini di se stesso dice di sentirsi nella situazione non tanto di uno che è stato scomunicato, ma che si è scomunicato, nel senso che si è anche dimesso da qualsiasi comunità (il suo studio-antro di via Guazzaloca a Bologna ne è un po’ il sintomo).

Cristina Principale

Emanuele Sartori

Scrivere del mio lavoro mi è sempre alquanto difficile, perché ciò che vedo del reale non si tiene assieme…e io mi ritrovo inetto di fronte a questo. E’ come un continuo cedimento dell’immagine (le cose, gli oggetti, sono sillabe di una lingua che mi suggerisce altro da ciò che appare). Essa si presenta a me nella sua ambiguità alla quale provo a “porre rimedio”. Ecco perché, il linguaggio che uso, parte da uno già esistente (foto, immagini, ecc.) quasi fosse testimonianza che non invento nulla. Il mio sforzo è tenere assieme questa visione, dare voce a questa mia incapacità.

Della sua opera Sartori dice: “L’essenza della mia ricerca con il collages è dovuta da una dialettica tra il noto ed il non noto in una sintesi che prevede pochi elementi pittorici e filosofici e quindi rifacendomi ad una fenomenologia più di natura esistenziale. Quando questo tentativo viene a mancare, per me è il fallimento della mia stessa ricerca. Questo accade quando prende il sopravvento la sola sensazione di stranezza, lasciandone in penombra il suo significato.
Per quanto paradossale possa apparire, cerco di giungere ad una rettitudine nei confronti del Mistero, e da essa lasciar fluire ciò che già è…
Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza l’insegnamento e “l’incontro” con il Maestro Franco Bertossa al quale non devo solo questo. Questo percorso non allude ad una fine, che non intravedo, non per un limite intrinseco ma per la natura stessa del Mistero che tale rimane anche quando lo si evoca”.

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